Battesimi e matrimoni mafiosi

di Manoela Patti

Il ruolo della parentela − di sangue, acquisita o “spirituale”, come veniva definita quella derivata dal comparatico − nel costruire «i vincoli ed i collegamenti […] fino a formare una rete ed un intreccio inestricabile di rapporti» (istruttoria Maxiprocesso – 1986), è attestato con continuità nelle fonti relative alle associazioni mafiose. Matrimoni e battesimi hanno sugellato alleanze e legittimato leadership criminali, la cui durata, pur tra conflitti e lotte intestine, ha talvolta assunto una dimensione quasi dinastica (si pensi alle famiglie Greco e Bontade in Sicilia, al potere per quasi un secolo), tanto forte da garantire e perpetrare sodalizi nello spazio e nel tempo. Non a caso, l’endogamia ha rappresentato a lungo pressoché la norma tra i membri delle cosche mafiose.

La funzione svolta dalle strategie parentali nell’estensione e nell’intensificazione delle reti criminali è dunque oggi un dato acquisito; al punto che tali legami, in particolare il “vincolo di comparatico” scaturito dal battesimo, costituiscono per la giurisprudenza e per il codice penale elementi rivelatori del “fenomeno mafioso” (art. 416 bis c.p.).   L’uso strumentale del comparatico al fine di garantire la compattezza interna delle associazioni criminali, è attestato già a cavallo tra Ottocento e Novecento. Il demopsicologo Giuseppe Pitrè e il poliziotto-criminologo Antonino Cutrera, registravano per esempio come fosse diffuso tra i «facinorosi siciliani», poiché i compari di San Giovanni si univano, al di là del rito cattolico e del vincolo morale che ne derivava, in un rapporto che garantiva, scrive Cutrera, «complici sicuri e fidati, perché dal compare non si teme tradimento alcuno».

Del resto, il comparaggio, legame tradizionalmente diffuso in area mediterranea e generalmente letto dagli antropologi quale fenomeno residuale, ha rappresentato storicamente uno «strumento d’alleanza sociale» in cui alla pratica religiosa si è sovrapposta la pratica sociale. Padrini e compari garantiscono quindi ai rampolli di boss, o aspiranti tali, protezione all’interno di clan in cui la conferma della leadership passa anche per l’appartenenza a genealogie criminali prestigiose. E, laddove la famiglia è il luogo in cui si costruisce l’identità, il battesimo è il rito di passaggio che consacra l’appartenenza ad una genealogia, anche con l’imposizione di un nome proprio del gruppo familiare mantenuto di generazione in generazione. Come osservava all’inizio degli anni ottanta Giovanni Falcone a proposito delle alleanze matrimoniali nella mafia siciliana: il «recupero di valori tradizionali» viene insomma utilizzato in maniera «strumentale» per rafforzare i vincoli fra gli associati.

Sarebbe però un errore credere che il legame tra parenti, tra affini o tra compari, sia veramente garanzia di fedeltà. Esso è piuttosto uno dei luoghi di costruzione del potere criminale, in cui si intrecciano saldamente strumentalità e dimensione ideologica. La devozione religiosa esibita attraverso la pratica dei riti prescritti, l’intima relazione con il clero, usualmente testimoniata e consolidata da cospicue donazioni alle parrocchie e dall’adesione alle confraternite religiose, hanno infatti anche una fondamentale valenza simbolica. Si tratta di occasioni in cui i clan possono mostrare forza e prestigio, cercare e ottenere consenso presso la comunità, con cui gli affiliati al sodalizio criminale sembrano condividere mentalità e comportamenti.

Il ricorso all’universo simbolico religioso e la ricerca di una legittimazione mediata dalla Chiesa continuano ad essere pratiche essenziali per la tenuta del potere mafioso, specialmente nella “zona grigia” ove mafia e società locale intrecciano i loro percorsi. Tuttavia, l’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche è ormai apertamente ostile verso le strumentalizzazioni delle associazioni criminali e diviene sempre più difficile per gli affiliati ottenere la consacrazione di alleanze criminali attraverso i sacramenti.

Bibliografia

  • Antonino Cutrera, La mafia e i mafiosi. Saggio di sociologia criminale, Bruno Leopardi Editore, 1900.
  • Alessandra Dino, La mafia devota. Chiesa, religione, Cosa Nostra, Laterza, Roma-Bari 2008.
  • Salvatore Lupo, Storia della mafia. Dalle origini ai giorni nostri, Donzelli, Roma 2004.
  • Italo Signorini, Padrini e compadri: un’analisi antropologica della parentela spirituale, Loescher, Torino 1982.
  • Marcelle Padovani (a cura di), Giovanni Falcone, Cose di Cosa Nostra, Rizzoli, Milano 1991.