Curatore: Valentina Ciciliot

La svolta pubblica nella posizione della Chiesa cattolica verso la mafia trova innegabilmente il suo culmine nell’omelia pronunciata da Giovanni Paolo II il 9 maggio 1993 ad Agrigento, durante la sua visita pastorale in Sicilia, seguita a braccio dal noto anatema: «Dio ha detto una volta: “Non uccidere”: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio! Questo popolo, popolo siciliano, talmente attaccato alla vita, popolo che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte. Qui ci vuole civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e…

risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!» [http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1993/documents/hf_jp-ii_hom_19930509_agrigento.html]. Tuttavia, tale discorso, che ha avuto un’eco mediatica enorme, va collocato in un percorso di continuità, piuttosto che percepito come un fatto unico e straordinario. È a partire, infatti, dagli anni Ottanta che l’emergenza rappresentata dalla mafia inizia a essere percepita tra le gerarchie ecclesiastiche locali non più come di sola competenza delle istituzioni statali, ma anche della Chiesa cattolica tutta, richiedendole una precisa assunzione di responsabilità e un nuovo progetto pastorale. In altri interventi wojtyliani la consapevolezza del problema della mafia, di cui troviamo già cenni nei discorsi del novembre 1982 durante la visita pastorale in Belice e a Palermo, aumenta negli anni Novanta. Lo testimoniano soprattutto gli interventi del 1993 – tra cui appunto “l’anatema di Agrigento” –, del 1994 e del 1995, pronunciati durante le visite pastorali in Sicilia e in alcune città dell’isola. Giovanni Paolo II offre in diverse occasioni un’analisi quasi sociologica del contesto storico, sociale e culturale dei territori colpiti dalla mafia, mostrando così di aver colto alcuni elementi centrali della questione, che parte della chiesa siciliana, ma anche delle istituzioni pubbliche, già avevano sottolineato negli anni precedenti, come il tema del lavoro e dello sviluppo industriale, dell’etica della responsabilità, della professionalità e della solidarietà da proporre contro il clientelismo, l’assistenzialismo, l’illegalità, tutti elementi all’origine dell’organizzazione mafiosa. L’elemento nuovo nel discorso magisteriale è piuttosto la comprensione della mafia non solo come problema giudiziario o d’ordine sociale, o come dibattito morale, ma come questione politico-culturale più ampia, che investe l’intera società. È il concetto di mafia come «peccato sociale»: «dalla violazione del precetto divino “derivano inclinazioni perverse, che ottenebrano la coscienza e alterano la concreta valutazione del bene e del male” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1865). Quando questa tremenda progressione dell’inganno si estende sino a diventare espressione di vita collettiva, si realizza quel “peccato sociale” che, impossessandosi degli organismi e delle strutture, scatena terribili potenze oppressive ed occulte. Si hanno, allora, quelle forme di criminalità organizzata che mortificano e spezzano le coscienze, togliendo a tutti la serenità ed umiliando la speranza. È a tali sfide violente e mafiose che deve rispondere con umile fortezza il vostro impegno di fede […] per ricondurre a Dio l’ordine temporale nel quale ogni essere creato vive, il suo ambiente umano e sociale» [http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1993/may/documents/hf_jp-ii_spe_19930508_cittadinanza-trapani.html]. Tuttavia la risposta al fenomeno mafioso suggerita dal pontefice resta, come forse era immaginabile, all’interno di una prospettiva da inserire nella più ampia strategia wojtyliana della “nuova evangelizzazione”, ancorata a un’analisi pessimistica della società contemporanea, allontanatasi dal divino, alla quale contrappore la “cultura della vita”, tema centrale dell’intero pontificato. L’intervento di Giovanni Paolo II ad Agrigento ha, però, avuto sicuramente il merito di scuotere le coscienze al livello globale sul tema, come il suo sostegno pubblico alla chiesa siciliana ha di fatto contribuito all’attuazione di una nuova pastorale da proporre ai fedeli, nella quale includere i martiri cristiani della lotta alla mafia.

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