Il culto civile di Falcone e Borsellino

di Charlotte Moge

Le stragi del 1992 in cui persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e i poliziotti delle scorte (Rocco Di Cillo, Antonino Montinaro, Vito Schifani nella strage di Capaci e Emanuela Loi, Claudio Traina, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina in quella di via d’Amelio) segnarono uno spartiacque nella storia dell’Italia repubblicana. La popolarità delle vittime, la tempistica ravvicinata – solo 57 giorni fra i due attentati – e le modalità spettacolari delle stragi fecero scattare a Palermo una mobilitazione civile del tutto inedita caratterizzata da una miriade di iniziative innovative, molte delle quali promosse da donne, prese dal repertorio d’azione collettiva pacifista come le lenzuola bianche appese ai balconi, lo sciopero della fame, i sit-in o le catene umane. Tali inconsuete azioni di protesta contro la mafia segnano l’inizio di una nuova era d’impegno dei cittadini e dei familiari delle vittime che ancora oggi caratterizza il movimento antimafia civile.

Una caratteristica del movimento antimafia è la funzione di custodi della memoria delle vittime riservato ai familiari che hanno assunto un ruolo centrale all’interno della rete associativa. Le associazioni antimafia create dai familiari organizzano le commemorazioni in ricordo dei propri parenti uccisi dalla mafia e dei valori che hanno caratterizzato il loro impegno. Sono quindi i primi promotori del culto civile delle vittime che si consolida con il passar degli anni nel tessuto sociale e che, attraverso il racconto delle loro gesta, vengono integrate nella storia nazionale. Qualche mese dopo le stragi, Maria Falcone crea, con l’appoggio dell’allora Ministro della giustizia Claudio Martelli, la Fondazione intestata al fratello con la finalità, che trova il costante appoggio delle istituzioni, di commemorare la strage di Capaci. Diverso il caso di Borsellino i cui familiari hanno creato o sostenuto diverse strutture che raramente hanno lavorato insieme. Sono per lo più le iniziative della sorella di Borsellino, Rita, e del fratello, Salvatore, a favorire maggiormente un culto civile attorno alla figura del magistrato ucciso. Rita è stata coinvolta nella creazione di Libera (1995) e ha promosso annualmente una commemorazione religiosa (una messa a San Domenico con i gruppi scout) e una veglia di preghiera in via d’Amelio. Nel 2009 il fratello Salvatore ha creato il Movimento delle Agende Rosse che, da allora, organizza ogni anno la commemorazione civile più significativa che dura tre giorni (17, 18 e 19 luglio).

Fin dal trigesimo della strage di Capaci, piazza Magione (nel quartiere in cui è cresciuto il giudice Falcone) e il ficus magnolia di via Notarbartolo, collocato davanti al palazzo dove abitava il magistrato, si trasformano nei luoghi simbolo delle pratiche memoriali divenendo dapprima luogo di raduno spontaneo per i palermitani la sera della strage, quindi punto di partenza o di arrivo dei cortei antimafia e, infine, con lo sviluppo del processo di sacralizzazione, veri e propri luoghi della memoria nei quali sono organizzate le commemorazioni della strage. Il fatto che il luogo dell’attentato si trovi fuori della città e che, prima del 2003, non sia stato realizzato un monumento dedicato a Capaci sono fattori determinanti per l’affermarsi della Magione e dell’Albero Falcone come spazi della religione civile. Al contrario, le commemorazioni di Borsellino e della scorta si svolgono fin dal 1993 in via d’Amelio, davanti all’ulivo piantato nel primo anniversario della strage per volontà della madre del giudice, con un rituale che culmina nel volo di colombe in segno di pace. L’albero, noto simbolo di libertà dalla Rivoluzione francese, diventa così un elemento centrale del culto civile costruito attorno ai due magistrati. Déborah Puccio-Den ha dimostrato quanto i riti attorno all’albero Falcone rimandino alle pratiche devozionali cattoliche e siano funzionali ad una sacralizzazione della figura del magistrato: i cittadini compiono gesti rituali, come depositare presso la magnolia messaggi, poesie, disegni, che ricordano le pratiche legate al culto di santa Rosalia, la patrona di Palermo. Significativo come la rimozione dall’Albero degli oggetti votivi, compiuta nell’aprile 2010, sia stato percepito come una profanazione. Si è creato anche un processo mimetico delle ritualità legate ai due alberi, poiché a partire dal ‘93, seppur in minor misura, l’ulivo di Borsellino viene coperto anch’esso di messaggi. Se per Falcone nascono nuove forme di commemorazione (come le catene umane), per Borsellino sono istituite celebrazioni più tradizionali come le cerimonie religiose, in omaggio alla fede cattolica del magistrato, o le fiaccolate, pratica già in uso a partire dal 1983 nelle processioni in ricordo del prefetto dalla Chiesa promosse dai familiari, che sono state promosse dal Centro Paolo Borsellino (sostenuto dalla vedova ma chiuso dopo uno scandalo) e successivamente organizzate da Giovane Italia-Azione Universitaria, l’associazione studentesca vicina ad Alleanza Nazionale ed erede del Fronte universitario di azione nazionale cui Borsellino era iscritto da giovane.

Le commemorazioni civili dei due magistrati si rinnovano in modo significativo a partire dalla metà degli anni Duemila. Nel 2006, con il sostegno del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR), la Fondazione Falcone lancia le Navi della legalità, due traghetti che portano dal continente a Palermo per assistere alla commemorazione del 23 maggio gli studenti che hanno realizzato i lavori migliori nell’ambito dei programmi educativi antimafia.

A bordo ci sono proiezioni, tavole rotonde e dibattiti con familiari delle vittime, politici, magistrati, docenti universitari. Sbarcati la mattina a Palermo i giovani incontrano gli studenti palermitani e percorrono alcuni itinerari nella città per presentare i lavori realizzati durante l’anno scolastico passando per i cosiddetti «Villaggi della legalità», allestiti nei luoghi della memoria, in piazza Magione, davanti all’Ucciardone, accanto all’Aula Bunker in cui si svolse il Maxiprocesso. Nell’Aula Bunker le più alte cariche politiche e giudiziarie dello Stato – Presidente della Repubblica, Ministri, Presidente del Senato, Procuratore Nazionale Antimafia – prendono la parola e partecipano alla premiazione dei lavori migliori. La singolarità dell’iniziativa è il fatto di coniugare cerimonia civile e istituzionale, grazie alla collaborazione dell’ANM, del Consiglio Superiore della Magistratura, dell’Autorità nazionale anticorruzione, della Procura Nazionale Antimafia. Il pomeriggio, due manifestazioni partono dall’Aula Bunker e da via d’Amelio, passano per luoghi che sono stati teatro di omicidi mafiosi e si ritrovano sotto l’Albero Falcone per il minuto di silenzio in ricordo delle vittime alle 17.58, seguito da vari interventi o da un concerto. I cortei ripercorrono quindi le principali tappe del martirologio dell’antimafia, sacralizzandole e dando vita così a una narrazione collettiva che tende a storicizzare l’antimafia. A partire dal 2012, Falcone sembra perdere la sua supremazia memoriale poiché viene celebrato il binomio formato con Borsellino e l’anniversario della strage di Capaci diventa dunque l’occasione di commemorare l’antimafia in generale (anche se la maggior parte delle vittime ricordate sono per lo più rappresentanti dello Stato).

Le commemorazioni civili hanno veicolato un racconto esaustivo dell’attività professionale del magistrato grazie alle testimonianze di chi ha lavorato con Falcone, racconto che, attraverso il ricordo degli ostacoli incontrati all’interno della magistratura durante la cosiddetta «stagione dei veleni», nei primi tempi fece da contraltare alla retorica istituzionale. Nel 2017, oltre 700 scuole hanno partecipato all’anniversario della stage di Capaci e 70 000 studenti erano presenti a Palermo. Il canto dell’inno nazionale nonché l’uso di bandierine e palloncini tricolori dimostrano la volontà di iscrivere la memoria della lotta contro la mafia nella storia e nella memoria nazionale, facendo della cultura della legalità una componente essenziale dell’identità repubblicana. La trasmissione in diretta su RaiUno della commemorazione del 25° anniversario nell’Aula Bunker animata da giornalisti conferma quanto il culto civile sia ormai parte integrante della storia nazionale.

Dal 2009, le commemorazioni della strage di via d’Amelio organizzate dal Movimento delle Agende rosse sono caratterizzate da una miriade di iniziative molto diverse tra loro (camminata, biciclettata, torneo di calcetto con i magistrati della procura di Palermo, concerti, giochi, letture, teatro, proiezioni di film, rappresentazioni teatrali, dibattiti con giornalisti e magistrati sulla lotta alla mafia e le varie indagini in corso). L’associazione, il cui nome fa riferimento all’agenda rossa del magistrato sparita dalla sua borsa poco dopo l’eccidio, è nata per rivendicare il bisogno di giustizia dei familiari e organizza «l’acchianata», una camminata da via d’Amelio al Castel Utveggio (sede dei servizi segreti a Palermo negli anni Novanta, sul Monte Pellegrino) per chiedere la verità sulla strage. Il clamoroso depistaggio delle indagini (validato da ben nove processi) e i nuovi elementi emersi dall’inchiesta sulla trattativa fra Stato e mafia[1] condizionano gli anniversari che spesso sono il teatro di vivissime polemiche con le istituzioni e i responsabili politici. Pertanto la commemorazione offre l’occasione non solo di celebrare le vittime, ma soprattutto di colmare le zone d’ombra degli ultimi 57 giorni del magistrato, presentando un racconto che poggia sulle recentissime indagini delle procure di Palermo e Caltanissetta e ambisce a farsi storia. Nel caso di Borsellino, l’impossibilità di stabilire una verità giudiziaria condiziona pesantemente il culto civile. La commemorazione civile appare come il luogo pubblico di elaborazione di una memoria alternativa che si costruisce al di fuori delle istituzioni politiche e delle sedi giudiziarie e che cristallizza le tensioni fra parte della società civile, del mondo politico e della magistratura già rivelate nel ’92 dopo le stragi.

Bibliografia

  • Alajmo Roberto, Un lenzuolo contro la mafia. Sono vent’anni e sembra domani, Palermo, Navarra Editore, 2012.
  • Borsellino Salvatore, Calasanzio Benny, Fino all’ultimo giorno della mia vita, Rome, Aliberti, 2012.
  • Falcone Maria, Barra Francesca, Giovanni Falcone, un eroe solo. Il tuo lavoro, il nostro presente. I tuoi sogni, il nostro futuro, Milano, Rizzoli, 2012.
  • Lanza Angela (a cura di), Ho fame di giustizia. La rivolta delle donne a Palermo contro la mafia, Marsala, Navarra, 2011.
  • Puccio-Den Déborah, Victimes, héros ou martyrs? Les juges antimafia, in «Terrain», n. 51 (2008), p. 94-111.
  • Schneider Jane, Schneider Peter, Un destino reversibile. Mafia, antimafia e società civile a Palermo, Roma, Viella, 2009.

[1] Indagine della procura di Palermo sui contatti fra esponenti dell’Arma dei carabinieri e Cosa nostra, tramite Vito Ciancimino, nel periodo fra la strage di Capaci e quella di via d’Amelio. Salvatore Borsellino ritiene che suo fratello sia stato ucciso proprio perché aveva scoperto questa trattativa, di  cui avrebbe scritto nella sua agenda rossa, fatta sparire nei primi minuti dopo la strage. Il processo è ancora oggi in corso.