Curatore: Diego Gavini

I funerali di Calogero Vizzini rappresentano un salto di qualità nell’autorappresentazione mafiosa, in quanto la spettacolarizzazione pubblica dei riti funerari interni al mondo delle cosche non può contare su una tradizione già consolidata. La dipartita di Vizzini diventa invece occasione per l’autocelebrazione di un potere che ora può contare su nuovi spazi, sostanzialmente non contrastato nella Sicilia degli anni Cinquanta e legittimato da una narrazione dell’autorità pubblica distratta o compiacente. Estremamente emblematico è in tal senso l’epitaffio che il noto procuratore della Repubblica, Giuseppe Guido Lo Schiavo, si sarebbe sentito in dovere di attribuire a Vizzini, scrivendo: “Si è detto che la mafia disprezza polizia e magistratura; è un’inesattezza. La mafia rispetta la magistratura e la giustizia. Nella persecuzione ai banditi e ai fuorilegge la mafia ha affiancato le forze dell’ordine. Possa l’opera del successore di don Calogero Vizzini essere indirizzata sulla via del rispetto della legge”.

Pur figura rilevante nel network mafioso, grande gabellotto della…

provincia di Caltanissetta, con interessi nel mondo delle miniere estesi anche su canali che lo portano all’estero e con solidi legami nel mondo politico ed eccelsiastico, Vizzini gode in realtà di fama immeritata: sono penne come quelle di Michele Pantaleone o Indro Montanelli a dipingerlo come grande capo della mafia siciliana, contribuendo a farne il simbolo di un potere profondamente radicato nell’arcaico entroterra isolano e tessitore di trame improbabili come quella dell’accordo fra Alleati e mafia nel corso dello sbarco del 1943.

L’indiscussa autorità esercitata da Vizzini nella sua Villalba unita al peso di un’eterorappresentazione così pervasiva, avrebbero contributo alla costruzione di un rito funerario particolarmente significativo destinato a incidere ulteriormente nell’immaginario pubblico. A proposito di questa cerimonia, scrive Alessandra Dino: “Nel corteo che si snoda dalla casa di Vizzini per giungere alla Chiesa Madre, quattro bambini precedono il lungo serpentone, portando due bracieri colmi di carbone ardente; segue il feretro, portato in spalla, e appresso i gonfaloni delle istituzioni e delle confraternite, e poi ancora dietro più di duecento figliocci battezzati dal defunto. Il paese è muto e sfila in piazza, i negozi sono chiusi, gli uffici vuoti. Giuseppe Genco Russo accompagna la tesa del corte e tiene in mano uno dei due cordoni che pendono dal feretro, su cui è collocato un cuscino di fiori bianchi a forma di croce. Un secondo cordone viene tenuto da don Calogero Ferro, meglio conosciuto come U patri granni, capomafia di Canicattì”.

La cornice funeraria diventa così occasione per assolvere più funzioni: consolidare il legame con la comunità locale di riferimento, veicolare messaggi nello spazio pubblico e, al contempo, legittimare le figure che si candidano a raccogliere l’eredità del defunto. In questo senso, i funerali di Vizzini avrebbero rappresentato un precedente decisivo nella simbologia mafiosa.

Materiali

Per saperne di più:

  • Dino Alessandra, La mafia devota. Chiesa, religione, Cosa nostra, Roma-Bari, Laterza, 2010, pp. 92-99.
  • Lupo Salvatore, Storia della mafia, Roma, Donzelli, 1996 (II ed.), pp. 225-236.
  • Marino Giuseppe Carlo, I padrini, Roma, Newton Compton, 2009, pp. 195-246.
  • Montanelli Indro, Pantheon minore, Longanesi, Milano, 1950, pp. 279-285
  • Pantaleone Michele, Mafia e politica 1943-1962, prefazione di C. Levi, Einaudi, Torino, 1962.