Curatore: Diego Gavini

Serrande dei negozi abbassate in segno di lutto, pubblici uffici chiusi o senza personale, popolazione che si raccoglie per l’estremo omaggio al feretro portato in spalla per le vie del paese, seguito dal sindaco e dall’intera giunta. Le foto testimoniano anche la bandiera a mezz’asta della sezione locale della Democrazia Cristiana, fatto che susciterà le ire di Rosario Nicoletti, segretario regionale del partito.

Nei funerali di Giuseppe Di Cristina, capomafia di Riesi, nella provincia di Caltanissetta, si vanno a condensare quegli elementi ormai entrati in un’aspettativa collettiva: spettacolarizzazione del rito, chiamata della comunità a raccolta intorno alla funzione religiosa, presenza ostentata della sfera politica.

Elemento di interesse, che riconduce la lettura della cerimonia ad una dimensione storica sottraendola dunque all’insidia dello stereotipo, è nell’intreccio di una duplice funzione che la costruzione di questo momento celebrativo sembra rivestire, a fronte della crisi aperta dalla…

morte violenta del capomafia.

L’accorta regia del rito funebre appare infatti, nella sua costruzione simbolica, rispondere all’esigenza di inviare messaggi a due differenti destinatari. Da un lato la comunità locale, al fine di ribadire la vitalità del gruppo legato al defunto, erede di una vera e propria dinastia che domina a Riesi perlomeno dalla figura del nonno, l’omonimo Giuseppe. L’utilizzo di momenti devozionali appare d’altronde un canale comunicativo già saldo in tal senso: fu durante una processione religiosa che avvenne la consacrazione del padre di Di Cristina, Francesco e ad egli stesso furono poi, nel 1961, dedicati grandi funerali suggellati da un epitaffio che lo celebrò come colui in cui “gli uomini ritrovarono una scintilla dell’eterno rubata ai cieli”.

Dall’altro lato un messaggio vuole essere rivolto all’interno del network mafioso. L’omicidio di Di Cristina apre una destabilizzazione le cui prospettive non sono ancora chiare: si può ipotizzare che per il fronte di cui il boss di Riesi fa parte, il rito funebre diventi occasione per mostrare la propria saldezza. La fragilità di questa condizione sarebbe emersa solo tre anni dopo, quando con il duplice omicidio di Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo si sarebbe aperta la definitiva ascesa dei corleonesi all’interno degli equilibri di Cosa nostra.

Materiali

Per saperne di più:

  • Dickie John, Cosa Nostra. Storia della mafia siciliana, Bari-Roma, Laterza, 2008, pp. 387-390.
  • Dino Alessandra, La mafia devota. Chiesa, religione, Cosa nostra, Roma-Bari, Laterza, 2010, pp. 92-99.