Curatore: Diego Gavini

La strage di Capaci entra nelle case degli italiani in presa diretta. I telegiornali in edizione straordinaria trasmettono le immagini di quello che è uno scenario bellico: vi è il suono delle sirene, l’arrivo in massa delle forze dell’ordine e, soprattutto, vi sono le macchine divelte in una strada che non esiste più. Dell’autostrada rimangono tangibili solo i due segnali che indicano le direzioni per Palermo e Capaci. È uno shock collettivo che…

va però al di là dell’evento in sé: è il segno di un Paese in crisi, avvolto dalle inchieste di Mani Pulite e dalla crisi finanziaria, ostaggio di una violenza mafiosa che sembra a questo punto non avere più limite. È la fine di una stagione, quella della “prima” Repubblica, di cui però, al contempo, non si vede ancora l’orizzonte del superamento. La distanza fra il “paese reale” e il “Palazzo” appare in questo frangente incolmabile, fra il frastuono di Capaci e il silenzio di un Parlamento bloccato in una complessa elezione presidenziale che appare, improvvisamente, la recita di un rito ormai logoro.

Le dinamiche dell’attentato fanno di Falcone, fino a quel momento simbolo di un’antimafia insediata da più parti, un eroe nazionale, o ancor meglio, un martire della patria. Accanto a lui la moglie, Francesca Morvillo: i giornali la dipingeranno come la donna devota al giudice, morta nella scelta di seguire, per amore, un destino fatale. E, infine, gli agenti di scorta (Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro), per i quali ritorna il linguaggio religioso, quello che li descrive come “angeli custodi”.

I funerali di Stato per i cinque caduti, celebrati il 25 maggio 1992 alla basilica di San Domenico a Palermo, si trasformano dunque in una grande manifestazione di lutto collettivo, con una folla che incurante della pioggia si riversa ad omaggiare le salme dei defunti e a contestare le autorità politiche presenti. “Lo Stato accolto a Palermo tra urla, monete e insulti” titolerà successivamente La Repubblica. Dentro la cattedrale, invece, a fissare l’emotività del momento sono le parole recitate fra le lacrime da Rosaria Costa, la giovane vedova dell’agente Schifani, che rimarranno impresse nell’immaginario collettivo, simbolo di un dolore privato, ma al contempo, necessariamente pubblico, momento di cronaca divenuto immediatamente storia.

La crisi aperta dalla strage di Capaci subisce però un’ulteriore drammatica evoluzione con l’attentato di via d’Amelio (in cui trovano la morte il giudice Borsellino, gli agenti Catalano, Loi, Li Muli, Cosina e Traina) che contribuisce ad esasperare la lacerazione già in atto. È l’immediata vicinanza con l’uccisione di Falcone, d’altronde, a segnare il clima con cui viene accolta la notizia dell’attentato a Borsellino e le due stragi finiranno, inesorabilmente, per accostare le figure dei due giudici nel pantheon della memoria antimafia, legandole ad un unico destino, parti complementari di uno stesso martirio, di una medesima vicenda umana e nazionale.

Il 21 luglio vengono celebrati i funerali per gli agenti della scorta presso la Cattedrale di Palermo, mentre quelli per Borsellino si svolgeranno in forma privata (seppure alla presenza di migliaia di persone) il 24 luglio nella periferica chiesa di Santa Maria Luisa di Marillac, dato il rifiuto della famiglia di ricevere le esequie di Stato. In un clima già teso per la vicinanza con la strage, i funerali del 21 luglio si trasformano in una lacerante manifestazione di rottura fra la popolazione e la rappresentanza politica. Con la gran parte della folla tenuta a distanza della Cattedrale da un folto cordone di forze dell’ordine, l’arrivo dei rappresentanti delle istituzioni provocherà una reazione della piazza al grido di “fuori la mafia dallo Stato”. In una sequenza poi divenuta celebre grazie alle rappresentazioni televisive e cinematografiche, la folla presente rompe lo schieramento delle forze dell’ordine andando ad assediare i politici presenti alla cerimonia. Oggetto di contestazione aperta, in momenti di drammatica tensione, è lo stesso presidente della Repubblica, da poco eletto, Oscar Luigi Scalfaro, in un passaggio fortemente simbolico in quanto, in passato, figure come quelle di Pertini, ma anche di Cossiga, in altri funerali per vittime di mafia, avevano rappresentato un punto di riferimento morale e di salvaguardia del rapporto fra istituzioni e comunità.

Per saperne di più:

  • G. De Luna, La Repubblica del dolore. Le memoria di un’Italia divisa, Feltrinelli, Milano, 2011.
  • D. Puccio-Den, De la sainte pèlerine au juje martyr: les parcours de l’antimafia en Sicile, in «Politix», 77, 1, 2007, pp. 105-128.
  • D. Puccio-Den, Victimes, héros ou martyrs? Les juges antimafia, in «Terrain», 51, 2008.
  • M. Ravveduto, La religione dell’antimafia. Vittime, eroi, martiri e patrioti della resistenza civile, in Id. (a cura di), Strozzateci tutti, Aliberti, Roma, 2010.
  • U. Santino, Storia del movimento antimafia, Editori Riuniti, Roma, 2000.
  • J. Schneider, P. Schneider, Un destino reversibile. Mafia, antimafia e società civile a Palermo, Viella, Roma, 2009.
  • I funerali dell’antimafia
  • Falcone e Borsellino