I martiri dell’antimafia

di Valentina Ciciliot

Le vittime della mafia sono state spesso investite di commemorazioni e devozioni che le hanno trasformate in “eroi”, o “martiri” in senso lato, dell’antimafia. Mentre, da una parte, tali vittime sono diventate oggetto di una venerazione laica, che le ha trasformate in cittadini “ideali” sacralizzati per la difesa dello Stato italiano, ovvero per la tutela delle libertà democratiche e per la salvaguardia dell’etica pubblica, dall’altra, alcune di queste figure hanno assunto in tempi recenti, a partire dal pontificato di Giovanni Paolo II, una rilevanza specificatamente cattolica. Con la beatificazione di don Pino Puglisi, avvenuta il 25 maggio 2013, non c’è stato solamente il riconoscimento ecclesiastico ufficiale di un nuovo beato, ma è stata anche legittimata una particolare tipologia – se già di tipologia si può parlare –, quella dei martiri dell’antimafia della Chiesa cattolica.

L’origine dell’importanza che hanno gradualmente assunto questi martiri nel discorso ecclesiastico e magisteriale si deve rintracciare nella nota espressione “martire della giustizia”, introdotta per la prima volta da Giovanni Paolo II nel maggio 1993, durante la sua visita pastorale in Sicilia, con riferimento a Rosario Livatino e alla sua esplicita professione di fede e morte violenta subita per un impegno di giustizia perseguito con rischio consapevole. L’elemento nuovo dell’insegnamento wojtyliano è la comprensione della mafia non solo come problema giudiziario, o come questione morale, ma come tema politico-culturale più ampio, che tocca l’intera società. Se la mafia è, secondo il papa, un “peccato sociale”, allora le vittime di questa lotta diventano testimoni di fede dal valore universale, come gli altri martiri della chiesa cattolica. Tuttavia, non va scordato che l’attenzione riservata da Giovanni Paolo II ai martiri dell’antimafia nei suoi discorsi e atti pubblici è legata soprattutto all’importanza data durante il suo pontificato alla santità martiriale.

Prova ne è la creazione di uno speciale organismo, la Commissione dei nuovi martiri, alla vigilia del giubileo del 2000, avente il compito di recuperare la memoria dei cristiani caduti nel XX secolo, chiamati con l’espressione più ampia di “testimoni della fede” (per distinguerli dai martiri ufficialmente canonizzati): un lavoro che è consistito nel raccogliere e catalogare molteplici esperienze e vissuti non tanto in vista di un processo canonico quanto con l’intento di mostrare come, nel corso del Novecento fino ai nostri giorni, il martirio cristiano sia stato una realtà diffusa e concreta. Da un punto di vista pastorale, l’estensione del martirio verso forme meno rigide rispetto a quelle previste dall’apparato canonico ha avuto anche il manifesto intento di stimolare i fedeli a ritrovare nella testimonianza del sacrificio una forte motivazione all’impegno civile. Tale discorso è risultato particolarmente efficace per i martiri della giustizia, tra i quali appaiono, nell’opera I nuovi martiri di Luigi Accattoli, Rosario Livatino, Carlo Alberto Dalla Chiesa e Paolo Borsellino.

Il riconoscimento ufficiale del loro martirio, per lo più ancora in corso (si pensi ai processi canonici non ancora conclusi di don Diana e Livatino e alle sole ipotesi di apertura per Borsellino e Dalla Chiesa), si inserisce nel più ampio processo di allargamento del concetto di martirio iniziato nel Novecento. Secondo la prassi giuridico-canonica, che va codificandosi a partire dall’esperienza dei primi secoli del cristianesimo, il martirio prevede la volontà di subire la morte piuttosto di rinnegare la fede, la morte fisica in effusionem sanguinis, la testimonianza della verità divina e l’agire in odium fidei del persecutore. La riconoscibilità del martirio in età contemporanea è resa difficile poiché di regola non viene più offerta ai cristiani una scelta tra apostasia o morte – i cristiani non sono più perseguitati in quanto cristiani, se non in ridotte aree del mondo –, ma vengono semplicemente uccisi perché con la loro vita hanno dimostrato di essere coerenti con le istanze evangeliche, nella pratica della fede e delle virtù cristiane, particolarmente della carità. In particolare il Novecento, con le sue “ideologie del male”, ha messo concretamente in discussione il modello martiriale tradizionale, mutando il rapporto fra martirio e santità: l’annientamento sistematico del nemico, la morte serializzata, la burocratica banale ripetizione di gesti assassini, che ad esempio caratterizzano l’agire nazista, ma anche della mafia, non sempre prevedono la logica dell’odio, una chiara connotazione anticristiana, le categorizzazioni morali che solitamente distinguono vittima e carnefice. Per continuare ad esistere il martirio cristiano contemporaneo richiede così inevitabilmente un allargamento della sua definizione, forse non tanto per un’opzione consapevole della autorità ecclesiastica o del diritto canonico, quanto nell’evidenza della storia. Uno degli orientamenti della riflessione teologica contemporanea che ha consentito la dilatazione del concetto di martirio, in modo da includere idealmente anche coloro che sono morti per mano della mafia, è stato la riscoperta della motivazione ultima del martirio come gesto di carità. A supporto non vi è solo la costituzione dogmatica Lumen gentium, dove il martirio è descritto come segno d’amore, concetto di certo più ampio di quello di fede, ma anche la canonizzazione del 1982 di Maksymilian Maria Kolbe (1894-1941), già beatificato da Paolo VI come confessore, come “martire della carità”.

A questi si aggiunga la già menzionata definizione wojtyliana di “martiri della giustizia e indirettamente della fede”, seppur allora espressa in un contesto privato. La dilatazione in questo caso non risiede nel riferimento alla giustizia – se una persona muore per la giustizia senza alcun legame col Cristo non è un martire cristiano –, quanto piuttosto nel concepire la fede in modo ampio, liberandola da accezioni intellettualistiche, verso una definizione aperta e inglobante così anche la carità e l’amore. Il processo di canonizzazione di don Giuseppe Puglisi, apertosi nel 1999 e per ora giunto alla beatificazione del 2013, è sicuramente maturato in questo contesto, anche se nella causa si è sostenuta la tradizionale uccisione in odium fidei. È dunque anche grazie ai martiri dell’antimafia se la Chiesa cattolica, partendo dall’inconciliabilità tra mafia e Vangelo, ha cominciato così finalmente (e tardivamente) a parlare di mafia, e contro la mafia, attraverso un linguaggio che attinge alla specificità cristiana, elaborando un discorso suo proprio, inserendo la resistenza e la lotta all’organizzazione criminale all’interno della pastorale e dell’evangelizzazione.

Bibliografia

  • Martiri per la giustizia. Testimonianza cristiana fino all’effusione del sangue nella Sicilia di oggi, a cura di Salvatore Barone, Caltanissetta-Roma, Sciascia, 1994;
  • L. Accattoli, Nuovi martiri. 393 storie cristiane nell’Italia di oggi, Edizioni paoline, Cinisello Balsamo, 2000;
  • V. Ciciliot, I martiri della lotta alla mafia nell’insegnamento di Giovanni Paolo II, ivi, pp. 229-239;
  • C. Moge, Eroe, uomo, santo? Il paradosso della memoria di Giovanni Falcone, in L’immaginario devoto tra mafie e antimafia. Riti, culti e santi, a cura di T. Caliò, L. Ceci, Roma 2017, pp. 215-228;
  • M. Ravveduto, Ritualità e immaginario civile del movimento antimafia, ivi, pp. 165-189.