I papi e le mafie. Breve storia dei pronunciamenti

di Alessandro Santagata

La storia delle relazioni, delle collusioni e degli scontri tra la Chiesa e le mafie è una storia di lungo corso che trova le sue origini nella genesi stessa del fenomeno mafioso. Tuttavia, è stato necessario attendere gli anni Novanta perché un pontefice prendesse posizione pubblicamente sul fenomeno condannando la natura violenta e anti-cristiana di Cosa Nostra; il primo intervento di una serie che ha progressivamente investito il problema mafioso nel suo insieme.

Per comprendere le ragioni di questo ritardo bisogna tenere in considerazione, in primo luogo, lo storico atteggiamento di condiscendenza dell’episcopato siciliano con le cosche mafiose. A partire dal 1944 non erano mancati gli appelli dei vescovi contro la violenza criminale, ma la parola mafia non era mai menzionata. Di fronte alla strage di Portella della Ginestra del 1º maggio 1947, il card. Ernesto Ruffini si mostrava più preoccupato per la vittoria delle sinistra alle elezioni regionali che per la strage ai danni dei lavoratori. La mentalità dei vescovi si sarebbe modificata invece sensibilmente – anche sulla spinta di numerosi laici e di una parte del clero – a partire dagli anni del Concilio Vaticano II. Si inserisce in questo contesto la lettera (pubblicata sulla rivista «Segno» nel 1989) che nell’agosto 1963 Paolo VI (attraverso il sostituto della Segretaria di Stato mons. Angelo Dell’Acqua) inviò all’arcivescovo di Palermo per chiedere conto del suo silenzio in occasione della cosiddetta “strage di Ciaculli” e esortarlo a seguire l’esempio del pastore valdese, Pietro Valdo Panascia, che aveva condannato pubblicamente l’attentato mafioso. La lettera non avrebbe sortito alcun effetto, ma che il terreno fosse fertile lo si comprende dai documenti che la Conferenza episcopale siciliana (CES) pubblicherà a partire dal 1973, l’anno dell’insediamento a Palermo di mons. Salvatore Pappalardo.

La svolta si colloca tra il 1980 e il 1982, anni durissimi della guerra di mafia che vedono cadere, tra gli altri, il presidente della Regione Piersanti Mattarella, il dirigente comunista Pio La Torre e il prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro. Fuori dalla Sicilia la prima presa di posizione fu quella dell’episcopato campano contro la Camorra attraverso il documento Per amore del mio popolo, non tacerò del 1982: un’operazione debitrice del lavoro e delle riflessioni di monsignor Riboldi, vescovo di Acerra.

In occasione dei funerali dei coniugi Dalla Chiesa il card. Pappalardo pronunciò parole di condanna che segnarono un momento importante nell’azione di contrasto della Chiesa siciliana al potere di Cosa Nostra. Pochi mesi dopo ci sarebbe stata la visita ad limina di Giovanni Paolo II a Palermo (20-21 novembre 1982) seguita da un nuovo documento della CES. In quell’occasione il pontefice rivolse ai giovani parole accorate sulla «ricostruzione umana, sociale, morale, spirituale della Sicilia» e sulla necessità di distruggere la «ramificazione dell’atteggiamento mafioso». Otto anni dopo a Capodimonte il papa “tuonava” contro la crisi della legalità lanciando così la parola d’ordine ripresa dall’importante documento della Conferenza episcopale italiana del 1991 Educare alla legalità. Infine, nel 1993 tornava nuovamente in Sicilia, il terzo viaggio, il più importante dopo che si erano consumate le stragi di Capaci e di via D’Amelio. Oggi sappiamo che la decisione di Wojtyła di attaccare frontalmente la mafia non era premeditata. Sarebbe stato probabilmente l’incontro privato con i genitori del giudice Rosario Livatino, ucciso nel settembre 1990 per la sua attività contro le cosche a convincere il pontefice a intervenire pubblicamente. Celebrando nella Valle dei templi di Agrigento il 9 maggio 1993 Giovanni Paolo II affermava:

La vera forza in grado di vincere queste tendenze distruttive sgorga dalla fede. Questa, però, esige non solo un’intima adesione personale, ma anche una coraggiosa testimonianza esteriore, che si esprime in una convinta condanna del male. Essa esige qui, nella vostra terra, una chiara riprovazione della cultura della mafia, che è una cultura di morte, profondamente disumana, antievangelica, nemica della dignità delle persone e della convivenza civile […] Le gravi situazioni di povertà, che tanta sofferenza hanno provocato nella vostra gente, costringendo un gran numero di uomini e donne a separarsi dagli affetti più cari per emigrare in paesi lontani, hanno favorito l’insorgere e l’espandersi di vere e proprie malattie del tessuto sociale, come il latifondismo e i fenomeni mafiosi […]. Come in anni trascorsi il popolo siciliano ha saputo superare prove lunghe e dolorose, così anche oggi esso dispone delle risorse necessarie, insieme con il sostegno solidale della Nazione italiana, per rimarginare le attuali ferite, molte delle quali sono il frutto di ataviche condizioni sociali.

E concludeva con un duro monito:

Questi che sono colpevoli di disturbare la pace, questi che portano sulle loro coscienze tante vittime umane, devono capire, devono capire che non si permette uccidere innocenti! Dio ha detto una volta: “Non uccidere”: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio! […] Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!

Le vicende che seguiranno alla denuncia del papa sono tristemente note. Il 27 luglio Cosa Nostra rispondeva con gli attentati dinamitardi in due chiese di Roma. Il 15 veniva ucciso nel quartiere Brancaccio di Palermo don Giuseppe Puglisi. Il 17 settembre alla Verna, il monte dove San Francesco ricevette le stimmate, Wojtyła espresse pubblicamente il suo cordoglio, ribadito nel corso della successiva visita nel novembre 1994 a Catania e Ragusa. L’ultima visita in Sicilia sarà nel novembre 1995 in occasione del III convegno ecclesiale nazionale, segnata dalla ripetizione del messaggio di Agrigento.

Gli anni del pontificato di Benedetto XVI hanno visto il papato consolidare la sua azione di denuncia sociale e religiosa nei confronti delle mafie. Il 21ottobre 2007 a piazza del Plebiscito (Napoli) Ratzinger chiamava in causa direttamente la camorra per biasimare i numerosi episodi di violenza diffusa. Tre anni dopo a Palermo definiva la mafia «strada di morte», «incompatibile col Vangelo». Infine, a Lamezia Terme nel 2011 richiamava i calabresi all’impegno per la legalità, pur senza utilizzare esplicitamente la parola «mafia». Del resto, gli anni Duemila sono stati quelli dell’affermazione (in Italia e all’estero) delle nuove cosche campane e calabresi. Non stupisce dunque che il primo monito antimafia di papa Francesco sia arrivato proprio da Cassano allo Ionio nel cosentino il 21 giugno 2014. Già in precedenza, per esempio nella Giornata della memoria e dell’impegno promossa dall’associazione Libera, Bergoglio aveva mostrato attenzione per il pericolo criminale-mafioso. Dal punto di vista simbolico fu un evento significativo la conclusione del processo di beatificazione di don Puglisi (25 maggio 2013). Con l’omelia alla Spianata di Sibari papa Francesco ha inteso superare la retorica della conversione che aveva contraddistinto il discorso di Agrigento. All’epoca Giovanni Paolo II si era rivolto direttamente ai mafiosi rammentando loro l’inderogabilità del «giudizio di Dio». Bergoglio ha scelto invece lo strumento della scomunica:

Questo male va combattuto, va allontanato! Bisogna dirgli di no! La Chiesa che so tanto impegnata nell’educare le coscienze, deve sempre di più spendersi perché il bene possa prevalere. Ce lo chiedono i nostri ragazzi, ce lo domandano i nostri giovani bisognosi di speranza. Per poter rispondere a queste esigenze, la fede ci può aiutare. Coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati!

Al di là delle questioni tecnico-canoniche relative a questo tipo d’operazione (da leggere soprattutto in chiave mediatico-pastorale), è stata osservata un’analogia con il fuoriprogramma di Wojtyła dovuta al fatto che anche in questo caso non si è trattato di un discorso preparato ad arte. Di certo, anche se in altri contesti Bergoglio ha ripreso il discorso wojtyliano sulla chiamata alla conversione dei criminali (per esempio in occasione della visita pastorale a Napoli del 21 marzo 2015), l’omelia di Sibari ha tracciato un solco. Non solamente un punto d’arrivo dunque, ma auspicabilmente il segno di una nuova stagione che, se vuole essere concreta, non potrà in prima istanza che riguardare la stessa Chiesa chiamata dal papa a un esercizio di trasparenza e di irreprensibilità.

Bibliografia