Curatore: Stefania Rimini

La ballata delle balate: devozione e delirio di un boss

Locandina de La ballata delle balate, © Esperidio Associazione culturale, 2008, Archivio Pirrotta

Locandina de La ballata delle balate, © Esperidio Associazione culturale, 2008, Archivio Pirrotta

«Mi sono chiesto come i mafiosi riescano a far convivere ordini di morte e prediche d’amore»: è questa la scintilla della Ballata delle balate, uno degli esisti più maturi e audaci dell’ingegno drammaturgico e attorale di Vincenzo Pirrotta, capace di misurarsi con il tabù della «mafia devota». Il titolo rivela la tensione retorica su cui si regge l’impianto dell’opera combinando, attraverso una calibrata assonanza, l’allusione all’andamento ritmico-rituale del testo con un vecchio proverbio siciliano («I balati di m’Palermu sannu tutti cosi»), che chiama in causa la particolare natura delle lastre basali della città, intrise di sangue e di umori.

Pirrotta sceglie una prospettiva inusuale e conduce senza esitazioni il lettore-spettatore dentro il covo di un boss, arredato come fosse un altare.

Ambientato nello spazio interiore della costrizione, è il racconto in prima persona di un personaggio che compendia le vicende di sei o sette boss mafiosi, un uomo che rappresenta una summa di azioni criminali che vanno dalla strage di Ciaculi del ’63, fino agli omicidi dei giudici Falcone e Borsellino del ’92.

Più che «teatro di cronaca» o «teatro d’inchiesta» (categorie proposte da Andrea Bisicchia nel suo Teatro e Mafia 1861-2011, Milano, Edizioni San Raffaele 2011), La ballata delle balate può dirsi…

un ‘documento di attualità’, basato su un’ipotesi e una metafora drammaturgica. La forza degli eventi evocati non può prescindere dal filtro di una scrittura personale e retoricamente stilizzata, che rifiuta i meccanismi di stampo giornalistico, le atmosfere da tribunale, non per snobismo ma per una diversa inclinazione di spirito.

Per chi si accosta a questo dramma è difficile sfuggire all’odore di strage che pervade ogni passaggio, fin dalle prime battute. Il monologo in forma di oratorio, scandito da un dialetto sordo, alterna giaculatorie cantate e slarghi narrativi senza concedere pause; tutto precipita verso un cupo smascheramento di connivenze e oltraggi, tutto si schianta: il rito della fede viene irriso da un boss che si crede Dio. La struttura dell’atto unico, lungi dal rimanere statica, si anima grazie a un calcolato equilibrio di ritmi e toni: dentro le maglie drammaturgiche è possibile isolare un prologo, due canzoni (la Ballata dell’acido e Tammuriata d’onuri), un flashback e un finale aperto, tutte tessere di un mosaico rosso sangue.

Il prologo serve a chiarire la paradossale inclinazione del protagonista, diviso fra devozione a Cristo e smania di potere. Introdotto da una minuziosa didascalia, vede il delirio del personaggio farsi voce attraverso la recita di un rosario sui generis: la lunga sequenza alterna cinque misteri dolorosi, che contemplano la morte di Cristo e sono recitati con affanno e contrizione, a cinque gioiosi che invece rievocano i più sanguinari agguati di mafia, accendendo la follia omicida del protagonista. L’alternanza fra gaudio e dolore porta con sé una cifra rovesciata, perché l’ebbrezza si incarna nell’esaltazione della violenza contro chi minaccia di scalfire la cupola, mentre il compianto è destinato al ricordo della passione di Cristo. La sovrimpressione fra esecuzioni criminali e sacrificio della croce è scandalosa, provocatoria, Pirrotta insiste per tutta la sequenza sul motivo del sangue, sulla confusione fra innocenza e colpevolezza, producendo un effetto di nausea visiva ed acustica. Le esecuzioni di De Mauro, Scaglione, Impastato, Terranova, Giuliano, Dalla Chiesa, Chinnici, Cassarà, Saetta, Livatino e Scopelliti sono solo la premessa del più crudo assalto di mafia – le stragi di Capaci e via D’Amelio – su cui si arresta la furia metrica del boss; per ognuna di queste vittime ci sono parole d’odio, suoni cupi e immagini di una spietatezza impressionante. La patina dialettale rende tutto più atroce per via dell’agglomerarsi di vocali chiuse e dure, che non lasciano scampo; la recita potrebbe anche bastare a chiarire le perverse trame fra mafia e devozione, ma Pirrotta vuole spingerci dentro l’abisso.

Terminato l’estenuante rosario, si apre un altro momento rituale, in cui il boss si abbandona a un flashback che serve a chiarire il mistero della sua iniziazione, la scintilla del contagio, ma anche la fascinazione per le atmosfere del folklore religioso. In questo inserto Pirrotta precipita frammenti di memoria personale, richiama alcune istantanee dell’infanzia a Partinico, «con tutte le voci e i codici che giravano sulla mafia, e che comunque portavano a considerare il mostro come “uomo di rispetto”, il boss quasi come un santo». Il protagonista corre con la mente agli odori della campagna, agli scherzi da ragazzino, e non mancano rimandi a quello che a tutti gli effetti può dirsi un minuto glossario di ‘antropologia rituale’. La partecipe descrizione delle processioni religiose della Confraternita di Partinico, il tremore di fronte alle canne d’organo, la commozione per le funzioni della settimana santa sono la testimonianza di una cammino di fede autentico, traslato però – con un effetto di potente ambiguità – nel corpo di un uomo di strage.

Dopo l’appassionata rimemorazione del culto pasquale è il turno dell’assurda esaltazione del sangue delle vittime, preludio a un altro vertice di tremenda irruenza espressiva. Mescolando delirio d’onnipotenza e versetti della Bibbia, il boss comincia a sciorinare la cruda e spoetizzante azione dell’acido, il rumore sordo che frigge la carne, il fetore di cui si riempie la grotta. Pirrotta non risparmia alcun dettaglio, descrive la progressiva liquefazione dei corpi (sciolti come neve al sole), la conta dei residui d’oro (denti, collanine, braccialetti con incisi i nomi dei figli); niente sembra arginare la sua foga mentre la nenia di un dialetto da cosca contribuisce a rendere insopportabile questo canto di morte. Con uno stacco musicale dal fortissimo delle percussioni a «una musica di violoncello dolce, dolcissima» si cambia tono, ma non atmosfera. Il boss ripete il rito della sua iniziazione mafiosa: masticare carne cruda e pungersi un dito fino a far sgorgare il sangue. Segue poi il pronunciamento rituale, che richiama da vicino la formula del sacramento battesimale; è questo il tributo da offrire al clan, l’obbedienza alla regola assoluta: «trasisti cu u sangu e cu lu sangu ti nn’hai a nesciri». Raramente la scena ha accolto gesti così insopportabilmente ‘teatrali’.

La deriva mistico-sacrale del boss non si arresta neanche di fronte alla cerimonia d’ingresso nella famiglia; dopo la «punciuta» c’è tempo per un’altra impennata di voce, la Tammuriata d’onuri. Il canto richiama una delle espressioni chiave della distorta mentalità mafiosa, quell’essere «uomo d’onore» che stravolge il senso comune delle cose assegnando a uno dei valori cardine del vivere civile – l’onore appunto, il rispetto per l’altro – lo stemma dell’infamia. Anche in questo caso il ritmo è travolgente, e l’ultima stringa di fiato non lascia scampo: «Onuri m’abbicina a diu».

L’effettiva vicinanza a dio viene mimata poco più avanti, allorché il latitante estrae dall’ostensorio un pizzino, che viene letto e poi bruciato. Il testo, scritto (e recitato) in un italiano asciutto, privo di esitazioni dialettali, è l’accorato messaggio di una moglie in pena per il destino del marito. Dietro ogni frase c’è un misto di pietà e mistificazione, la certezza delle sofferenze e delle preghiere del boss, l’insistente sottolineatura del carattere sacrificale della missione toccatagli in sorte. La dolcezza della testimonianza femminile è una spina nel cuore dell’uomo, che sembra accusare un attimo di cedimento. Questo passaggio, fugace e inatteso, marca ancora di più l’atmosfera di segregazione del personaggio e consente di toccare le corde più intime di una vita di oltraggi e derelizione. Superata la commozione, è tempo di ricevere e dare ordini: Pirrotta inserisce un paio di frammenti che alludono alla segreta corrispondenza dei latitanti, come a voler ribadire la doppiezza del linguaggio, l’ambivalenza della famiglia. Al posto dell’ostia, simbolo del corpo e del sangue di Cristo, si custodisce allora un messaggio cifrato: la legge della cosca si è sostituita alla lexis divina, ma tra cielo e terra si apre un baratro.

L’ultima sequenza è una interpellazione diretta al lettore e allo spettatore, un affondo politico contro le ipocrisie dello Stato e le sue connivenze con l’apparato mafioso, un crescendo di confessioni e invettive. Il discorso del boss è un esempio interessante di retorica, perché recupera alcune frasi tratte dai procedimenti giudiziari mescolandole con slogan dell’antimafia; questa contaminazione produce uno strano impasto di verità e luoghi comuni, che non lascia scampo: siamo tutti complici. Il faccia a faccia culmina nella recita di un passo dell’Apocalisse di Giovanni, iperbolica professione di fede e possessione rituale. Resta poi solo il tempo per un’ennesima provocazione: la mafia è n’«arbulu chi fa sempre ciuri. / Chi fa sempre ciuri. / Chi fa sempri ciuri».

La fiducia nel potere vivificante della violenza è più di una maledizione, perché ribadisce la contorsione linguistica, semantica ed etica del boss, capace di ribaltare l’ordine umano e religioso delle cose a vantaggio del profitto di pochi. Lo stridente contrasto tra fede e violenza informa ogni momento del dramma, in un crescendo di pathos e furore, che rende evidente – attraverso un interessante equilibrio retorico – la sproporzione della pratica mafiosa, l’effettiva oltranza di un modus vivendi che resiste nel tempo e si fortifica grazie al principio di obbedienza al codice d’onore.

Materiali

  • V. Pirrotta, La ballata delle balate, in Id., Teatro, Spoleto (PG), Editoria&Spettacolo, 2011

Ardini, P., “Ballata delle balate” tra mafia e religiosità, «La Sicilia», 28 ottobre 2006 © Archivio Pirrotta

Capitta, G., Mafia, “ma chi ha paura è un uomo morto”, «il Manifesto», 5 novembre 2006 © Archivio Pirrotta De Stefano, S., Pirrotta, un “cunto” tra mafia e fede, «Corriere del Mezzogiorno», 12 gennaio 2007 © Archivio Pirrotta Fiorenzano, A., “Vi racconto la solitudine del mafioso”, «Napolipiù», 12 gennaio 2007 © Archivio Pirrotta Nobile, L., Pirrotta presenta la passione secondo il boss, «la Repubblica», ed. Palermo, 28 ottobre 2006 © Archivio Pirrotta Mafia e cristianità, il paradosso di Pirrotta, «Roma», 16 gennaio 2007 © Archivio Pirrotta

Per saperne di più:

Saggi in volume

  • Rimini, Litanie del boss, in Ead., Le maschere non si scelgono a caso. Figure, corpi e voci del teatro-mondo di Vincenzo Pirrotta, Corazzano (PI), Titivillus, 2015, pp. 150-158.

Recensioni

  • Ardini, “Ballata delle balate” tra mafia e religiosità, «La Sicilia», 28 ottobre 2006.
  • G. Capitta, Brividi, è la “Ballata delle balate”, «il Manifesto», 5 novembre 2006.
  • G. Capitta, Mafia, “ma chi ha paura è un uomo morto”, «il Manifesto», 5 novembre 2006.
  • S. De Stefano, Con la sua Ballata Vincenzo Pirrotta si dà al teatro civile, «Corriere del Mezzogiorno», 17 gennaio 2007.

Recensioni

  • S. De Stefano, Pirrotta, un “cunto” tra mafia e fede, «Corriere del Mezzogiorno», 12 gennaio 2007.
  • M. Di Caro, Brutta sporca e cattiva, il teatro sfida la mafia, «la Repubblica», ed. Palermo, 29 ottobre 2006.
  • E. Fiore, I misteri gioiosi della mafia, «Il Mattino», 14 gennaio 2007.
  • Fiorenzano, “Vi racconto la solitudine del mafioso”, «Napolipiù», 12 gennaio 2007.
  • s. a., La Pasqua romana è targata Palermo, tra pupi, “cunti” e liturgie di mafia, «Giornale di Sicilia», 11 marzo 2008.
  • s. a., Mafia e cristianità, il paradosso di Pirrotta, «Roma», 16 gennaio 2007.
  • s. a., Morte e prediche d’amore alla sala Ferrari con Pirrotta, «Cronache di Napoli», 12 gennaio 2007.
  • L. Nobile, Pirrotta presenta la passione secondo il boss, «la Repubblica», ed. Palermo, 28 ottobre 2006.
  • s. a., Pirrotta racconta Provenzano nella “Ballata delle balate”, «Napolipiù», 10 gennaio 2007.
  • S. Rizzo, Quel rosario mistico e barbaro della mafia, «Giornale di Sicilia», 30 ottobre 2006.
  • S. Trovato, Pirrotta, stasera al Montevergini si recita il rosario del mafioso, «Giornale di Sicilia», 28 ottobre 2006.
  • G. Valdini, Quella religiosità blasfema degli uomini delle cosche, «la Repubblica», ed. Palermo, 15 maggio 2009.