Curatore: Diego Gavini

Lettera pastorale cardinale Ruffini – 22 marzo 1964

Il cardinale Ernesto Ruffini viene nominato vescovo di Palermo nell’ottobre 1945, rimanendovi fino alla morte, avvenuta nel 1966. Data la sua posizione, avrebbe svolto un ruolo centrale non solo nella vita religiosa dell’Isola, ma anche in quella politica, spendendo le sue energie a favore del successo democristiano, ritenuto un elemento essenziale nel contrastare la possibile avanzata del…

pericolo comunista.

A più riprese, operando nella città di Palermo, avrebbe anche affrontato la questione mafiosa, esprimendo posizioni tipiche di una consolidata rappresentazione del fenomeno. Pur senza negare mai l’esistenza della presenza mafiosa, Ruffini avrebbe dunque spesso ricondotto il problema ad una dimensione puramente criminale.

La presa di posizione pubblica del vescovo sulla mafia più nota, è senz’altro la lettera pastorale del 22 marzo 1964, intitolata Il vero volto della Sicilia, in cui Ruffini intende assumere le difese della popolazione siciliana contro quelle che ritiene le rappresentazioni che ne infangano il buon nome. Nella lettera Ruffini individua tre specifici fattori: il romanzo il Gattopardo, la cui narrazione avrebbe provocato la “disistima” per il popolo siciliano; l’opera di Danilo Dolci; e appunto, la mafia. È in questo senso opportuno leggere integralmente le parole dell’alto prelato:

“Una propaganda spietata, mediante la stampa, la radio, la televisione ha finito per far credere in Italia e all’Estero che di mafia è infetta largamente l’Isola, e che i Siciliani, in generale, sono mafiosi, giungendo così a denigrare una parte cospicua della nostra Patria, nonostante i grandi pregi che la rendono esimia nelle migliori manifestazioni dello spirito umano. Prima del 1860 sembra che nessuno parlasse mai di mafia. L’etimologia del nome è piuttosto oscura, ma l’opinione più probabile è quella che la fa derivare da una parola araba usata dai contadini trapanesi per indicare cave di pietre dell’epoca saracena, nelle quali si erano dati convegno o si erano rifugiati i untori dell’Unità d’Italia e gli organizzatori occulti delle squadre rurali di appoggio a Garibaldi nell’impresa dei Mille. Quei partigiani chiamati «mafiosi», perché provenienti dai covi delle mafie, apparvero facilmente dinanzi al pubblico uomini d’onore, valorosi ed eroici. Il titolo di mafioso venne quindi esteso a significare persone e costumi di particolare parvenza ed eleganza; ma poi assunse il valore attuale di associazione per delinquere, e qui è necessario richiamare le condizioni dell’agricoltura nella Sicilia Centrale e Occidentale di quei tempi. Venuta meno la difesa che proveniva dal l’organizzazione feudale e infiacchitesi il potere politico, i latifondisti ebbero bisogno di assoldare squadre di picciotti e di poveri agricoltori per assicurare il possesso delle loro estese proprietà. Si venne così a costituire uno Stato nello Stato, e il passo alla criminalità, per istinto di sopraffazione e di prevalenza, fu molto breve. Tale può ritenersi, in sostanza, l’origine della mafia contemporanea. Ne può destar meraviglia che il vecchio, deplorevole sistema sia sopravvissuto, pur essendo cambiato il campo dell’azione. Le radici sono rimaste: alcuni capi, profittando della miseria e dell’ignoranza, sono riusciti a mobilitare gruppi di ardimentosi, pronti a tutto osare per difendere i loro privati interessi e per garantire la loro supremazia nell’orticultura, nel mercato e nei più disparati settori sociali- Questi abusi sono divenuti a poco a poco tristi consuetudini perché tutelati dall’omertà degli onesti, costretti al silenzio per paura, e dalla debolezza dei poteri ai quali spettavano il diritto e l’obbligo di prevenire e di reprimere la delinquenza in qualsiasi momento, a qualunque costo. Si rileva per altro dai fatti che la mafia è sempre stata costituita da una sparuta minoranza. Inoltre se è vero che il nome di mafia è locale, ossia proprio della Sicilia, è pur vero che la realtà che ne costituisce il significato esiste un po’ ovunque e forse con peggiore accentuazione. Per non rifarmi a vecchie date, chiunque abbia letto anche di recente i giornali ha potuto notare – non di rado con somma indignazione e forte deplorazione – delitti inqualificabili commessi altrove, in Europa e fuori, da bande perfettamente organizzate. Quelle città e quelle Nazioni hanno il vantaggio di potere isolare le loro nefandezze, non avendo un nome storico che le unisca, ma non per questo giustizia e verità permettono che si faccia apparire il popolo di Sicilia più macchiato delle altre genti”

L’aspetto più interessante è certamente nei passaggi iniziali e finali del testo, che sintetizzano al meglio non solo la visione ruffiniana, ma offrono anche uno spaccato più ampio di un sentire proprio di vasti strati del mondo dell’amministrazione, della politica e dell’opinione pubblica. Il dato criminale, infatti, come già anticipato, non è negato dall’alto prelato, e d’altronde difficilmente ciò potrebbe accadere negli anni segnati dalla strage di Ciaculli, dall’istituzione della Commissione parlamentare antimafia, dalle grandi retate che accompagnano l’istituzione di quelli che saranno i due “maxi-processi” di Catanzaro e Bari. Il fenomeno è però minimizzato nelle dimensioni, ricondotto ad una attività criminale che in qualche misura, naturalmente, caratterizza molte altre realtà oltre a quella siciliana. A essere passato sotto il commento risentito del cardinale è piuttosto la rappresentazione, nazionale ed internazionale, che viene offerta di questa realtà criminale, favorita dalla presenza di un nome, “mafia”, in grado di suscitare sentimenti riprovevoli rispetto all’intera Isola.

È in questa stessa lettura, dunque, che ritroviamo, emblematicamente sintetizzate, le difficoltà di lungo periodo della Chiesa palermitana di dotarsi di strumenti interpretativi idonei ad affrontare la mafia nella maniera più adeguata, ovvero predisponendo un confronto che implichi approcci anche culturali e sociali.

Per saperne di più:

  • A. Dino, La mafia devota. Chiesa, religione, Cosa Nostra, Bari, Laterza-Roma, 2008, pp. 159-166.
  • G. Petralia, Il cardinale Ernesto Ruffini arcivescovo di Palermo, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano, 1989.
  • E. Ciconte, Storia criminale. La resistibile ascesa di mafia, ‘ndrangheta e camorra dall’Ottocento ai giorni nostri, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2008, pp. 201-238.