Rosario Livatino

di Lucia Ceci

Rosario Livatino venne ucciso il 21 settembre 1990 da un commando di 4 killer, lungo la statale tra Canicattì e Agrigento, mentre si recava in Tribunale guidando la propria auto su cui viaggiava disarmato e senza scorta. Stava per compiere 38 anni, da qualche anno lavorava al Tribunale di Agrigento, dove indagava sui mafiosi della zona e ricopriva il ruolo di segretario della sottosezione della Associazione Nazionale Magistrati. Durante la sua attività era riuscito a chiudere importanti indagini sfociate in sequestri e confische di beni. Apparteneva, figlio unico, a una buona famiglia di Canicattì: papà Vincenzo avvocato in pensione, mamma Rosalia Corbo casalinga. Con loro viveva al momento della morte.

I funerali di Livatino furono celebrati il giorno dopo, sabato 22 settembre, nella basilica di San Diego a Canicattì alla presenza di migliaia di persone. Le parole più dure provennero dal vescovo di Agrigento, Carmelo Ferraro, che nel corso dell’omelia intimò ad alta voce: «Fuori dalla chiesa chi compie gesti criminali come questi», e aggiungendo: «La cultura mafiosa è peggio della tirannide di Hitler».

I responsabili dell’omicidio, ideato da una cosca emergente a Canicattì furono individuati nel giro di un mese grazie alla testimonianza di Pietro Ivano Nava, un agente di commercio originario del bergamasco che passava sulla strada al momento dell’agguato e che in seguito avrebbe dovuto cambiare identità e trasferirsi all’estero. Gli atti giudiziari affermarono che Livatino era stato ucciso dagli stiddari «per lanciare un segnale di potenza militare verso Cosa nostra» e per punire un magistrato severo ed imparziale. Secondo la sentenza, Livatino venne ucciso perché «perseguiva le cosche mafiose impedendone l’attività criminale, laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista, cioè una gestione giudiziaria se non compiacente, almeno, pur inconsapevolmente, debole».

La figura di Livatino tornò sulla scena mediatica nazionale otto mesi dopo la sua morte, quando il presidente Cossiga definì «giudici ragazzini» i magistrati impegnati nella lotta alla mafia. Il 10 maggio 1991, Cossiga si espresse in questi termini in una delle sue frequenti «esternazioni», parlando a braccio alla festa della Polizia:

Possiamo continuare con questo tabù, che poi significa che ogni ragazzino che ha vinto il concorso ritiene di dover esercitare l’azione penale a diritto e a rovescio, come gli pare e gli piace, senza rispondere a nessuno? […] Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il narcotraffico di droga.

Il risultato fu quello di gettare olio su un’opinione pubblica già infiammata. Nel 1992 uscì per Gli Struzzi Einaudi il libro di Nando Dalla Chiesa, il cui titolo riprendeva la sfortunata espressione di Cossiga: Il giudice ragazzino. Storia di Rosario Livatino assassinato dalla mafia sotto il regime della corruzione. Due anni dopo, nel 1994, entrava nelle sale film omonimo, diretto da Alessandro Di Robilant con Giulio Scarpinati (che per questa interpretazione ricevette il Davide di Donatello) e Sabrina Ferilli. Di lì in poi Livatino sarebbe stato per sempre il giudice ragazzino.

Nella costruzione della memoria del magistrato di Canicattì una tappa decisiva è rappresentata dalla fondazione, il 4 ottobre 1995, dell’Associazione amici del giudice Rosario Livatino, con sede a Canicattì, formata da laici ed ecclesiastici che hanno conosciuto Livatino e intendevano promuoverne la conoscenza e il processo di canonizzazione. La sua istituzione è anche legata alla visita di Giovanni Paolo II ad Agrigento e al celebre anatema lanciato, il 9 maggio 1993, contro gli uomini di Cosa Nostra, al termine della concelebrazione eucaristica nella Valle dei Templi. Si tratta di un passaggio periodizzante nella storia dei rapporti tra Chiesa e mafia, che si intreccia con la costruzione del modello agiografico di Livatino perché quel 9 maggio, poco prima recarsi alla Valle dei Templi, Giovanni Paolo II aveva incontrato i genitori del giudice, su iniziativa dell’arcivescovo di Agrigento monsignor Ferraro: un fuori programma che molte ricostruzioni avrebbero posto in stretta relazione con il grido lanciato poco dopo dal papa nella Valle dei Templi. Da qui in avanti, l’elaborazione della memoria del giudice avrebbe ruotato, in ambito cattolico, attorno alla definizione che di Livatino avrebbe offerto Giovanni Paolo II dopo l’incontro con i genitori: «Martire della giustizia e indirettamente della fede». Tale definizione non venne riportata sulle pagine dell’«Osservatore Romano» né nelle edizioni dei discorsi di Giovanni Paolo II, ragione per cui resta aperta la questione che ad essa possa essere attribuito un significato forte sul piano dottrinale. L’affermazione pontificia fu però registrata il 10 maggio dai principali quotidiani.

La prospettiva del martirio per la giustizia divenne così l’asse della proposta di canonizzazione del giudice e della promozione della sua immagine agiografica. Si tratta di una strada diversa rispetto a quella intrapresa per la canonizzazione di don Pino Puglisi, incardinata non al principio del martirio per la giustizia, ma all’uccisione in odium fidei.

Le prime pratiche relative al processo di canonizzazione del magistrato furono avviate all’indomani della visita di Giovanni Paolo II in Sicilia dall’allora arcivescovo di Agrigento Carmelo Ferraro che incaricò Ida Abate, ex insegnante del magistrato, di raccogliere le testimonianze necessarie. In una fase successiva l’Associazione Amici del Giudice Rosario Livatino ha individuato il postulatore in don Giuseppe Livatino, arciprete di Raffadali e cugino di Rosario. L’annuncio ufficiale dell’avvio della causa di beatificazione di Rosario Livatino è stato dato il 21 settembre 2011, anniversario della morte del giudice, dall’arcivescovo metropolita di Agrigento, mons. Francesco Montenegro, il prelato che nel luglio 2012 avrebbe negato i funerali religiosi al boss di Cosa Nostra Giuseppe Lo Mascolo e che il 14 febbraio 2015 avrebbe ricevuto la porpora cardinalizia da papa Francesco. L’inchiesta diocesana ha vagliato le testimonianze di 21 persone presentate dal postulatore della causa, padre Giuseppe Livatino, aggiungendone poi altre sino ad arrivare a una trentina.

Conclusasi nell’ottobre 2015 la fase diocesana del processo, gli atti sono stati trasmessi alla Congregazione delle cause dei santi che valuterà l’eroicità della vita vissuta da Livatino e il presunto miracolo attribuito alla sua intercessione, su cui tornerò più avanti. In questo percorso si è inserita, in tempi molto recenti, anche la conversione di uno degli assassini di Livatino. Nell’aprile 2016 Domenico Pace, che aveva 23 anni all’epoca dell’omicidio ed attualmente recluso nel supercarcere di Sulmona con una condanna all’ergastolo, ha inviato una lettera molto toccante all’Associazione Amici del giudice Rosario Livatino e al postulatore della causa don Giuseppe Livatino chiedendo perdono e offrendosi di essere portato a testimone nel processo di beatificazione.

La causa di canonizzazione si è arricchita anche di un miracolo di cui sarebbe stato protagonista Livatino: la guarigione della signora Elena Canale Valdetara da una malattia incurabile, che avrebbe superato dopo che il giudice – che lei neanche conosceva – le apparve in sogno dicendole «la forza che ti guarisce è dentro di te» e preannunciando una grande festa, poi, in base a tale narrazione, coincidente con il giubileo del 2000.

Accanto a stilemi, nel complesso, tradizionali nel modello di santità di Livatino troviamo elementi nuovi e legati alla contemporaneità. Di tanto in tanto si fa riferimento all’amore per la natura, all’ambientalismo, alla lotta contro le ecomafie. Il tratto distintivo più marcato è però rappresentato dalla preminenza dell’impegno per la legalità, perseguito nel lavoro e nella vita quotidiana. Il giudice descritto dalla letteratura agiografica non accetta privilegi, fa tutte le file agli uffici, rifiuta di fare favori in Tribunale ai parenti e ai conoscenti che gliene chiedono. Dunque non solo si dimostra fermo nel più tradizionale dovere del rispetto delle regole, ma diventa testimone e martire dell’etica pubblica, del rispetto delle leggi dello Stato. È questo un aspetto su cui si insiste molto, spesso intrecciato con il valore, più tradizionale nel cattolicesimo, dell’inflessibilità, del senso del dovere. Tale discontinuità si ritrova nel conciso ritratto che di Livatino ha offerto papa Francesco nell’udienza al Consiglio superiore della Magistratura il 17 giugno 2014, quando ha invitato i giudici a essere «di integra moralità per l’intera società» e ha menzionato due modelli cui ispirarsi: Vittorio Bachelet, «vittima della violenza dei cosiddetti ‘anni di piombo’», e Rosario Livatino, «ucciso dalla mafia». Entrambi i magistrati – ha affermato Bergoglio – avrebbero offerto una testimonianza esemplare dello stile proprio del fedele laico cristiano: «leale alle istituzioni, aperto al dialogo, fermo e coraggioso nel difendere la giustizia e la dignità della persona umana». Quattro giorni dopo, il 21 giugno, la scomunica i mafiosi nell’omelia a Cassano allo Jonio, sulla piana di Sibari, pronunciata da papa Francesco davanti a una folla di 250 mila persone.

La costruzione della santità canonizzata, nel caso di Livatino, si è intrecciata con l’elaborazione del suo modello civile di eroe antimafia. Al giudice sono stati infatti dedicati convegni, premi, scuole, monumenti, strade, francobolli, questi ultimi anche in una triade che vede Livatino insieme a Falcone e a Borsellino. Al magistrato sono state inoltre dedicate diverse produzioni artistiche. A 13 anni dal film di De Robilant, è uscito il documentario di Salvatore Presti Luce verticale. Rosario Livatino. Il martirio, prodotto dall’Associazione Sicilia Fantastica con il finanziamento della Regione Sicilia e contrassegnato da una forte prospettiva religiosa. Livatino è poi il protagonista di un’opera dei “pupi antimafia” di Angelo Sicilia, Storia di Rosario Livatino. Un giudice perbene, presentata in anteprima il 18 marzo 2016 nella sede all’Auditorium Rai Sicilia, a Palermo, a cura della marionettistica popolare siciliana.

Bibliografia

  • N. Dalla Chiesa, Il giudice ragazzino. Storia di Rosario Livatino assassinato dalla mafia sotto il regime della corruzione, Torino 1992;
  • M. Di Lorenzo, Rosario Livatino. Martire della giustizia, Milano 2000;
  • D. Puccio-Den, The Anti-Mafia Movement as Religion? The Pilgrimage to Falcone’s Tree, in Shrines and Pilgrimage in the Modern World. New Itineraries into the Sacred, P.J. Margry (ed.), Amsterdam 2008, pp. 49-70;
  • I. Abate, Il piccolo giudice. Fede e giustizia in Rosario Livatino, presentazione di O. L. Scalfaro, postfazione di F. Montenegro, Roma 2013;
  • R. Mistretta, Rosario Livatino. L’uomo, il giudice, il credente, in collaborazione con G. Livatino, Milano 2015;
  • L. Ceci, Semplice cristiano, martire ragazzino: Rosario Livatino tra santità cattolica e religione civile, in L’immaginario devoto tra mafie e antimafia. Narrazioni e rappresentazioni, a cura di Luca Mazzei e Donatella Orecchia, in corso di pubblicazione presso l’editore Viella.