Curatore: Tamara Colacicco

Morì per amore del suo popolo: Don Peppe Diana vittima della camorra

Poliedrica figura di sacerdote campano, caporeparto della sezione di Aversa dell’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani, docente di materie letterarie e religione cattolica in licei e istituti tecnici dell’aversano, Don Giuseppe Diana fu parroco presso la parrocchia di San Nicola di Bari (Casal di principe, Caserta) dal 1989 fino al giorno della sua tragica scomparsa del

19 marzo 1994. Classe 1958, era nato a Casal di principe e spese la sua breve vita (morì a soli 36 anni) a contrastare i soprusi morali, sociali e economici di cui era ed è afflitto il ‘suo popolo’ a causa del sopruso del clan dei casalesi (gli anni Ottanta e Novanta erano caratterizzati dal dominio di Francesco Schiavone, detto Sandokan).

La stratificata opera di denuncia e lotta alla camorra di Diana toccò l’apice sia con la promossa circolazione di un testo anticamorra sottoscritto anche da altri sacerdoti della foranìa nel 1991, intitolato Per amore de mio popolo non tacerò, che nella sua accettazione all’invito a collaborare con i magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, delegati a indagare sulle collusioni tra mafia locale, imprenditoria e vertici politici (l’interrogatorio a Don Peppino ebbe luogo a soli cinque giorni dall’omicidio e ne costituì il pretesto).

Il 19 marzo 1994 si commemora notoriamente San Giuseppe, Santo sposo di Maria, e, dunque, Diana veniva assassinato proprio il giorno del suo onomastico, in sagrestia, mentre si accingeva a celebrare messa. Le pallottole sparate sul volto (insieme ad altre che colpirono la testa, una mano e il collo) da subito non lasciarono equivoci al significato attribuito alla sua uccisione dai casalesi, visto che la pallottola in faccia è la punizione che ‘spetta’ agli ‘infami’, di cui intende cancellare il volto. Ma null’altro, a esclusione dello stampo mafioso del delitto, fu certo. Solo nel 2003 il collaboratore di giustizia e esecutore dell’omicidio, Giuseppe Quadrano, svelò la figura del mandante (Nunzio De Falco, detto o’ lupo).

Come spesso avviene negli assassinii della mafia, la stampa locale ha tentato di diffondere immagini diffamanti di Diana, che veniva presentato come pedofilo, frequentatore di prostitute nonché come egli stesso legalo ai clan.

Per amore del mio popolo non tacerò resta un testo fortemente significativo anche a livello della riflessione storiografica sul rapporto Chiesa-camorra. Infatti, esprime da un lato una volontà di realizzare un’azione di opposizione sinergica al fenomeno camorristico che prendesse il posto di un meno efficace interventismo svolto a livello individuale; dall’altro, costituì un concreto tentativo di mettere in pratica quanto teorizzato nel 1982 dalla nota vescovile nata dall’attivismo del vescovo di Acerra, Monsignor Antonio Riboldi (a cui spettò il difficile compito di comunicare della morte di Diana a Giovanni Paolo II). Pertanto, l’assassinio di Diana va letto anche come momentaneo episodio di sconfitta del movimento di opposizione alla criminalità a stampo mafioso sviluppatosi dai primi anni ottanta negli ambiti ecclesiastici campani. Allo stesso tempo, il punto di arresto di questa pastorale va ricollegato a una più ampia azione di opposizione della Chiesa alle mafie italiane (ne resta indicativo l’assassinio di Don Peppe Puglisi avvenuto solo sei mesi prima).

L’impegno religioso e civile di Don Peppe Diana contro la camorra hanno lasciato dei segni profondi nella società campana odierna. Due spie indicative ne sono la volontà di promuovere un’opera di educazione alla legalità di ragazzi in formazione-al nome di Diana sono state dedicate tra il 2006 e il 2016 scuole come il liceo scientifico di Morcone e circoli didattici, ad esempio quello di Varcaturo e attraverso l’attività del Comitato Don Peppe Diana, che da dieci anni prosegue a livello sociale la linea di contrasto alla criminalità locale ispirandosi alla memoria e all’esempio di Don Peppino (come il sacerdote veniva affettuosamente chiamato dal ‘suo popolo’ per cui ha dato la vita).

Tamara Colacicco

PhD in Italian Studies

Post-doc in History

Institute of Historical Research, UCL

British School at Rome