Riti di affiliazione

di Diego Gavini

Tratto distintivo delle organizzazioni mafiose, i riti di affiliazione sono prova stessa delle comuni pratiche che hanno contribuito originariamente a formare tali sodalizi. La loro persistenza nel tempo ribadisce la centralità di questa liturgia: il giuramento che crea il mafioso non è un fatto folkloristico, ma è un rito di passaggio e come tale vi si condensano simbologie sacre che sono mutuate dal rito cattolico del battesimo. Le testimonianze fornite nel tempo dai collaboratori di giustizia sono chiare da questo punto di vista: con il giuramento si entra in una sfera esistenziale diversa, si abbandona il mondo per come lo si è conosciuto e si accede a qualcosa dotato di sacralità propria, che cambia l’essenza stessa dell’individuo.

Le tracce di questa ritualità sono profonde nel tempo: codici rintracciati nel corso di indagini e testimonianze giudiziarie ne mostrano la piena diffusione già alla metà dell’Ottocento. Nel 1877, ad esempio, si svolge il processo alla cosca monrealese denominata degli Stuppagghieri e nel corso di esso viene descritto il rituale di affiliazione a questa società segreta. Così viene riportato nella cronaca del «Giornale di Sicilia»: «Le forme di inizio e di battesimo sono gravi e solenni. L’iniziato si inoltra nella sala e si ferma in piedi innanzi a una tavola sovra cui trovasi spiegata la effigie di un santo qualsiasi purché sia un santo. Offre ai due compari la sua mano destra e i due compari punecchiando per mezzo di un ago il polpastrello del pollice destro ne fanno stillare tanto sangue che basti a bagnarne l’effigie del santo. Sopra codesta effigie insanguinata, l’iniziato presta il suo giuramento e quanto il giuramento è prestato in mezzo a segrete parole degli anziani, lo iniziato va tenuto a bruciare alla candela accesa di rito la santa effigie insanguinata, e l’iniziato ha così preso il suo battesimo ed è salutato compare». Similmente si riferisce che nella camorra ottocentesca, anche nota come Bella Società Riformata, vi fosse un rito iniziatico che vedeva riuniti i camorristi intorno a un tavolo su cui erano posti un pugnale, una pistola e un bicchiere d’acqua avvelenato. L’aspirante all’affiliazione doveva versare del sangue e giurare fedeltà alla Società: otteneva, come riconoscimento il coltello dal capo della riunione. Al contempo questi scaricava la pistola e gettava a terra il bicchiere, simboli della morte cui si sarebbe andati incontro in caso di tradimento.

Le affinità fra i riti della mafia siciliana, della ‘ndrangheta calabrese e della Bella Società Riformata  dimostrano chiaramente come vi sia uno scambio di informazioni e pratiche. Al contempo, la discendenza chiaramente massonica di questi riti è ulteriore prova dei tipi di contatti che hanno informato le origini di questi sodalizi nelle carceri italiane a cavallo dell’Unità.

Tratto comune principale è il ricorso a una simbologia mistico-religiosa. I passaggi cerimoniali sono ritualmente predefiniti; il nuovo affiliato è introdotto da un officiante che, al pari di un padrino, lo accompagna all’interno di una comunità ritenuta sacra; il giuramento si consuma con sangue e immagini di santi, replicando il rapporto con la divinità; nel corso della liturgia si fa ricorso ad un linguaggio dai tratti oscuri, dalla potenza quasi esoterica.

Ciò che si distingue è invece la declinazione liturgica all’interno dei differenti sodalizi. Il rito di affiliazione, anche noto come punciuta, è unico in Cosa nostra: il passaggio avviene una sola volta, si entra in un’associazione di fratelli che si riconoscono come tali, a prescindere dalla carica ricoperta nella gerarchia interna.

Più elaborato quanto avviene nella ‘ndrangheta. I gradi si moltiplicano e il conferimento di una nuova dote si accompagna ad un rito di passaggio elaborato appositamente. Particolarmente interessante con quanto avviene nel conferimento del grado di Santista, un livello creato negli anni Settanta nel corso di una ridefinizione delle gerarchie all’organizzazione, e attualmente ritenuto il grado più elevato a cui si può accedere. La Santa è pensato come un livello che pone i suoi affiliati in una sfera a sé, in cui è possibile intrecciare contatti con il mondo della massoneria. Qui le parole d’ordine cambiano e il riferimento non è più ad Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i leggendari fondatori della setta segreta, ma a Garibaldi, Mazzini e La Marmora, per il loro richiamo massonico.

È invece nell’universo camorrista, più articolato al suo interno rispetto all’unitarietà degli altri sodalizi, che la pratica dei riti si è andata perdendo, dopo la frattura degli inizi del Novecento che ha prodotto la scomparsa della camorra ottocentesca. L’importanza simbolica di questa ritualità rimane però viva nell’immaginario collettivo: non a caso un’articolata liturgia di affiliazione è stata elaborata da Raffaele Cutolo nella costruzione della sua Nuova Camorra Organizzata, intrecciando simbologie ampiamente radicate nell’universo mafioso. Una rielaborazione artistica di questo rito è stata offerta da Giuseppe Tornatore ne Il camorrista, film del 1986 che narra la vicenda di Cutolo.

Per approfondire

  • F. Barbagallo, Storia della camorra, Laterza 2010
  • E. Ciconte, Riti criminali. I codici di affiliazione alla ‘ndrangheta, Rubbettino 2015
  • A. Dino, La mafia devota. Chiesa, religione, Cosa Nostra, Laterza 2008