San Michele Arcangelo

di Giorgio Otranto

Tra Antico e Nuovo Testamento  san Michele, il cui nome in ebraico significa “Chi come Dio?”, è presentato come messaggero di Dio, guerriero-capo delle milizie celesti e protettore di Israele (Daniele 10,13.21; 12,1), e poi della Chiesa, guaritore (Giovanni 5,2-4), psicostaso, psicagogo/psicopompo (Giuda 9), e indirettamente liturgo turiferario. Con tali attributi, nel corso dei secoli, l’arcangelo Michele è stato  considerato difensore del bene contro il male, della giustizia contro l’ingiustizia, della legalità contro l’illegalità.

Proprio perché guerriero e capo delle milizie celesti, nella tradizione orientale e occidentale, gli attributi iconografici più ricorrenti di Michele sono la spada, la lancia e lo scudo. Le sue funzioni militari vengono esercitate nella massima giustizia. Di qui l’altro attributo che caratterizza l’iconografia micaelica: la bilancia, con cui il santo giudica le anime e le introduce nell’aldilà (psicostaso e psicagogo/psicopompo). Anche i giudei, d’altra parte, credevano che gli angeli avessero la funzione di condurre le anime al giudizio di Dio. Il globo, poi, che compare talvolta nell’iconografia del santo indica l’universalità della sua funzione. A Michele, durante la tarda antichità e il medioevo, sono stati consacrati, in Oriente e in Occidente, molti santuari, meta di continui pellegrinaggi.

È significativo che di questa figura angelica, soprattutto in epoca moderna e contemporanea, abbia cercato di impadronirsi  la mafia nelle sue varie espressioni (‘ndrangheta, camorra, sacra corona unita), ritenendosi portatrice di giustizia e benessere e facendo leva su alcune caratteristiche del santo (l’uso della forza, l’attributo della spada e/o lancia, la determinazione con cui combatte i nemici).

È risaputo che la mafia, nei suoi rituali, spesso fa ricorso a citazioni bibliche, distorcendone il contenuto a proprio favore, profanandone i valori e applicando, a suo modo, precetti di matrice cristiana, come la misericordia e la fratellanza, a gruppi criminali che operano nella società, dedicandosi alla sopraffazione e alla violenza per imporre il proprio potere. Questo fenomeno assume particolare evidenza in alcuni centri dell’Italia meridionale, dove i mafiosi contribuiscono fattivamente ad organizzare feste patronali con statue portate in processione, che, in omaggio e per rispetto a famiglie mafiose, vengono fatte fermare davanti alle loro abitazioni: una prassi che la Chiesa, da qualche tempo, si adopera ad eliminare con ogni mezzo.

Si aggiunga che in diversi covi di mafiosi sono stati rinvenuti crocifissi, Bibbie, libri di preghiere cristiane, altarini, statuette e immaginette di molti santi (e sante), tra cui quelle di san Giovanni Battista, san Paolo, i santi Cosma e Damiano (tutti accomunati dall’essere stati decapitati), san Pietro, gli arcangeli Michele e Gabriele, san Rocco, accusato di spionaggio, arrestato e morto in carcere (XIV sec.): tutti santi che i mafiosi, per un motivo o per l’altro, sentono a loro vicini e nei quali, per alcuni versi, sembra che si riconoscano. È una identificazione difficilmente estirpabile.

Ma il rapporto tra la mafia e Michele  è piuttosto ambiguo e mutevole, dal momento che lo stesso santo è altresì avvertito come avversario e nemico dell’organizzazione criminale. In alcuni rituali di affiliazione mafiosa, l’affiliando, infatti, viene chiamato a giurare nel nome di Cristo e gli si pone tra le mani un’immagine di san Michele mentre brucia (questo, per esempio, è accaduto  nel carcere di Sulmona); una variante di questo rituale consiste nel tagliare la testa della figura del santo mentre il resto dell’immaginetta brucia e l’affiliando pronuncia il suo giuramento, in cui è detto che il corpo (sic!) di san Michele è stato sepolto sotto due pugnali incrociati, ed egli viene “battezzato” con la cenere del santo. Alcuni pentiti, raccontando la loro affiliazione, hanno dichiarato di aver fatto cadere, in quella occasione, qualche goccia di sangue su un’immaginetta e di averla poi bruciata. Nelle tasche di una delle vittime del massacro mafioso di Duisburg (15 agosto 2007) è stato rinvenuto un santino del santo in parte bruciato: segno di un’avvenuta affiliazione.

In altri rituali, un mafioso di spicco si informa sulla provenienza di un “uomo d’onore” con queste parole: «A nome del nostro severissimo San Michele Arcangelo che in una mano porta la spada e all’altra porta la bilancia fatemi sapere di grazia con chi ho l’onore di parlare». In un codice cifrato, rinvenuto a Roma e decodificato, compare Michele, il battesimo sulle rive del Giordano (!), e il bruciamento dell’immagine dello stesso santo. E gli esempi potrebbero continuare.

All’appropriazione che le organizzazioni criminali hanno fatto di Michele, la Chiesa ha indirettamente risposto proclamandolo con Pio XII, il 29 settembre 1949, patrono e protettore della Polizia di Stato, recuperando, così, il fondamento biblico delle numerose attribuzioni dell’Arcangelo, il santo guerriero che è sempre vicino ai bisogni dell’uomo ed esercita la sua funzione nella giustizia, nella carità e, in generale, contro ogni forma di male, come è detto in un epigramma costantinopolitano di V sec.: «il male, contrariato, fugge via,  Michele, dinanzi al tuo nome e alla tua immagine» (Antologia Palatina 1,32).

Breve bibliografia

  • S. Lupo, Storia della mafia. Dalle origini ai giorni nostri, Palermo 1993.
  • G. Falcone (con M. Padovani), Cose di Cosa nostra, (con una nuova prefazione dell’Autrice), Trebaseleghe (PD), 2016 (edizione originale del 1991), pp. 97-99.
  • L. Staropoli, La “santa” setta. Il potere della ‘ndrangheta sugli affiliati e il consenso sociale sul territorio, Reggio Calabria 2015.
  • E. Ciconte, Riti criminali. I codici di affiliazione alla ‘ndrangheta, Soveria Mannelli 2015.
  • L’immaginario devoto tra mafie e antimafia. 1. Riti, culti e santi, a cura di T. Caliò – L. Ceci,  Roma 2017.